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Psoriasi: il giudizio degli altri mette paura.

Numerose pubblicazioni hanno tentato di chiarire la causa dell’insorgenza della psoriasi con scarsi risultati univoci.
Fattori genetici, immunologici e psicologici sembrerebbero insieme implicati nell’origine di questa patologia della pelle.
In questo articolo affronteremo la questione da un punto di vista psicologico cercando dapprima di ordinare alcuni concetti chiave del vastissimo corpus di informazioni a disposizione, per poi approdare ad una nostra chiave di lettura centrata prevalentemente sul rapporto del paziente con le proprie rappresentazioni mentali dell’altro inteso come soggetto portatore di opinioni e giudizi.
La questione centrale in tal senso è dunque: in che modo il giudizio degli altri influisce in alcuni soggetti nell’insorgenza della patologia psoriasi?
Innanzitutto alcuni cenni al concetto di disturbo psicosomatico.
La branca della patologia chiamata psicosomatica tratta una serie, invero molto numerosa, di disturbi che interessano il corpo (soma), ma che sono originati o acuiti da fattori psicologici. Tra questi ultimi un ruolo centrale viene giocato dallo stress, un termine vasto che sta ad indicare la risposta che l’organismo mette in atto nel tentativo di far fronte ad uno squilibrio e che sembrerebbe profondamente implicato nella patogenesi della psoriasi.
Pensiamo alla pelle.
Si tratta dell’organo più esteso del corpo umano, quello che definisce un confine tra la sfera individuale e quella sociale. Quello che copre il contenuto interno e lo cela alla vista dell’altro,salvo lasciarlo trasparire in alcune particolari occasioni che hanno a che fare con modificazioni della fisiologia. In presenza di episodi emotivi intensi la pelle può arrossire o impallidire, traspirare o rabbrividire; sono considerazioni che rendono semplice pensare alla pelle come una sorta di carta di identità che ci presenta, ci scopre e racconta del nostro mondo interiore.
La simbologia legata alla psoriasi presenta delle peculiarità interessanti dal punto di vista psicoanalitico, peculiarità che ci offrono indizi preziosi sul cosa il sintomo voglia comunicarci.
Innanzitutto i colori del sintomo: il rosso e il bianco, che rimandano a due spinte pulsionali contrapposte, il rosso fuoco dell’infiammazione che rappresenta qualcosa di caldo che il bianco della squama vuole raffreddare. La pelle ci mostra un conflitto che si fa sentire con il prurito.
Inoltre la velocità del ricambio cellulare, che risulta estremamente accelerato rispetto alle condizioni normali, pare voglia suggerire una forte urgenza di cambiamento della pelle che però non riesce a compiersi in modo uniforme. La spinta pulsionale sembra collassare in una infiammazione localizzata solo in determinati punti, tutti o quasi collegati al gesto del protendere verso o scappare dall’altro. Le mani, le braccia, i gomiti, le gambe, gli organi genitali, il cuoio capelluto. Quest’ ultimo se in un primo momento potrebbe sfuggire al senso del contatto con l’altro, ad una seconda analisi, pensandolo come sede simbolica del pensiero, rientra nei termini del collegamento: si può sfuggire, o tentare di farlo al pensiero di qualcuno.
Ma quale sarebbe l’aspetto dell’Altro verso il quale il paziente con psoriasi nutre un conflitto?
È a questo punto che subentrano i risultati di alcuni studi che hanno tentato di collegare aspetti della personalità al disturbo.
In particolare la personalità di tipo D sembrerebbe contraddistinguere i soggetti con psoriasi.
Questo tipo di personalità venne descritta per la prima volta nel 1996 nell’ambito della ricerca psicosomatica da Johan Denollet che ne identificò due tratti salienti: l’affettività negativa e l’inibizione sociale. Per affettività negativa si intende la propensione a provare forti emozioni negative quali ostilità, ansia, depressione; l’inibizione sociale si riferisce invece alla tendenza ad inibire l’esternazione di tali emozioni all’esterno.
Si tratta quindi di soggetti tendenzialmente preoccupati e ansiosi, facilmente irritabili che rifuggono le relazioni sociali, spesso approdando all’isolamento, temendone la pericolosità spinti da un profondo senso di vergogna.
E proprio la vergogna, paradossalmente, si amplifica per effetto della sintomatologia che appare sgradevole e fonte di stigmatizzazione.
Come il solito cane che si morde la coda : la paura di provare vergogna davanti agli altri, che sta alla base del sintomo, ne estende la gravità; legittimando quella stessa vergogna.
I vissuti emotivi dei soggetti con psoriasi sono molto forti e provanti: sentimenti di autosvalutazione, depressione e ansia accompagnano spesso il percorso terapeutico prettamente medico che, pur riuscendo ad alleviare la gravità del sintomo, da solo non può essere sufficiente ad esplorare l’origine del conflitto interiore alla base.
Casi clinici suggeriscono maggiore possibilità di riuscita di un percorso psicologico che proceda dalla superficie verso l’interno, vista la propensione del paziente a mantenere nascoste e protette le proprie istanze interne.

Dott.ssa Roberta Del Frate, psicologa clinica.

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