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Stalking: la vittima, il carnefice e il legame che li unisce – Ultima parte –

Concludiamo le nostre riflessioni sul fenomeno stalking attraverso una breve analisi del profilo della vittima, per cercare di comprendere in che modo il soggetto sceglie il bersaglio verso il quale riversare tutte le problematiche relazionali che lo accompagnano fin dalla prima ferita narcisistica, quell’abbandono in età infantile che, secondo l’ipotesi che sosteniamo, si e ‘ rivelato in qualche modo fatale per propria capacità di costruire e stare in un rapporto in modo evoluto.

Sappiamo dalle statistiche che la vittima e’ per lo più una donna che ha avuto con lo stalker una relazione anche lunga, spesso un matrimonio o una convivenza.

Soprattutto nel caso delle tipologie del risentito e del respinto, la vittima in procinto di lasciare il soggetto rappresenta una minaccia per l’intera stabilità del suo mondo interiore, come se a quella relazione egli disperatamente si aggrappasse per tenere in piedi equilibri emotivi precari e conflittuali: venire lasciati rappresenterebbe un vero e proprio crollo della convinzione, basilare per l’essere umano, di poter essere amato, riconosciuto ed accettato.

Come abbiamo detto nella seconda parte, lo stalker è stato un bambino abbandonato. Un bambino che si e’ sentito rifiutato dalla madre o dal care giver, e che non potendo far fronte alla disperazione in quanto troppo piccolo, non è riuscito ad elaborare la paura dell’eventualità di un altro rifiuto. La paura in lui è rimasta, diventando il fulcro profondo, il vizio di forma che ha caratterizzato le relazioni future, soprattutto quelle sentimentali.

Torniamo nei panni di questo bambino.

Fino all’esperienza di abbandono e di rifiuto viveva un legame pressoché simbiotico con la madre. Ella rappresentava il bene e il male, il buono e il cattivo, il nutrimento e l’assenza di nutrimento.

Non possiamo, per scarsità di studi che abbiano voluto approfondire le circostanze di questo rifiuto, sapere in quale età questo possa essere accaduto. Se si e’ trattato di un bambino piccolo alle prese con quella che Melanie Klein ha definito identificazione proiettiva. Se, per dirla in modo semplice, il bambino si trovava in quella fase in cui si rende conto che lui e la madre sono due persone diverse e nutre per questo un coacervo caotico di emozioni, tra la ribellione e la depressione.

Se così fosse potremmo pensare che il sentirsi rifiutato proprio nel momento in cui si sta rendendo conto che la madre, essendo un essere altro rispetto a sé, potrebbe decidere di abbandonarlo, possa essere un vissuto tanto catastrofico da incrinare per sempre la propria convinzione di poter essere amato. Se la mamma potrebbe non amarmi e mi rifiuta, quale fiducia posso avere nella possibilità di poter essere amato da chiunque altro nel mondo? Abbiamo usato questa iperbole dialettica per cercare di dar voce al mondo interiore del nostro bambino ferito.

Possibile quindi che lo stalker veda nell’abbandono della vittima un’eventualità tanto drammatica da doverle tentare tutte, proprio tutte per tenerla stretta a sé il piu’ possibile? Siamo propensi a pensare di sì.

Come precedentemente accennato,comunque, ex mogli ed ex compagne o fidanzate non sono le uniche categorie bersaglio dello stalker.

Nel caso del cercatore di intimità e del predatore non esiste una precedente relazione: il bersaglio viene scelto secondo criteri molto sfuggenti, a volte quasi inesistenti.

Possiamo pensare che in questi casi la ferita narcisistica del bambino abbia scelto un altro modo per esprimersi nella relazione: attraverso la paura di non poter essere amato. Come se alla paura dell’abbandono il soggetto abbia reagito con una sorta di rassegnazione, per dirla con l’iperbole di prima, “ nessuno mi ama, devo fare in modo di convincerlo e se non ci riesco, devo prendere con la forza quello che altrimenti non potrei avere”.

Ricordiamo che nel caso del predatore c’è una precisa intenzione ad aggredire sessualmente le vittime, di possederle con la forza.

Ci sono poi almeno altre due tipologie di vittima che meritano di essere analizzate: le professioni d’aiuto e i personaggi dello spettacolo.

Sappiamo come la proficua battaglia legale che ha portato all’introduzione del reato di stalking nel nostro ordinamento giuridico sia stata con passione appoggiata da un personaggio dello spettacolo che tutti in Italia conosciamo: Michelle Unziker, che e’ stata in prima persona testimone di quanto deleteri e pericolosi possano essere gli effetti dei comportamenti molestanti sulla vittima, ella stessa subi’ appostamenti ripetuti da colui che si riteneva un suo fan.

In questo caso non siamo certo di fronte ad una relazione esistente che il soggetto deve difendere a tutti i costi, ma ad una vera e propria ossessione. Come se la possibilità di avvicinare e possedere un personaggio che tutti amano rappresenti per il nostro bambino ferito, ormai adulto, una irresistibile occasione di riscatto, un traguardo al quale tentare in ogni modo di arrivare.

Per professione d’aiuto intendiamo qualsiasi tipo di professione che implichi la presa in carico di qualcuno che si rivolge al dottore per alleviare una sofferenza. Psicologi, assistenti sociali, psichiatri, sono solo alcuni esempi di bersaglio che lo stalker può scegliere. Sentirsi, forse per la prima volta, amato e riconosciuto rappresenterebbe un sollievo al quale potrebbe diventare difficile, se non impossibile rinunciare per il soggetto, che finisce con il confondere i normali comportamenti empatici del professionista con approcci sentimentali e sessuali.

Ricapitolando la nostra disamina riassumiamo i concetti chiave che hanno guidato la nostra riflessione.

Lo stalking e’ un fenomeno relativamente nuovo per il quale, al momento, si possono soltanto avanzare ipotesi sulle motivazioni profonde che spingono il soggetto a mettere in atto il comportamento delittuoso.

L’ipotesi che riteniamo più valida, al di là di patologie specifiche che possono da sole spiegare lo stalking, e’ quella di una ferita in età infantile. Il bambino si sente rifiutato dalla madre e per questo rimane in profondità una paura abbandonica che si rinnova ogni volta che una relazione costruita con la vittima sta per concludersi. Questa paura di essere abbandonati genera, per estensione, una paura di non avere le giuste qualità per poter essere amato che sfocia, negli stalker “predatore” e “ cercatore di intimità” in tentativi espressamente volti a possedere con la forza la vittima o ad avvicinarla con ogni mezzo e a prescindere dai rifiuti che vengono ricevuti.

Dott.ssa Roberta Del Frate

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