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Vegan e Ortoressia: la sottile linea verde -Ultima parte-

Riprendiamo le fila del discorso che si propone di districarsi tra le delicate linee di confine che separano disturbi mentali relativi alla nutrizione da scelte alimentari di tipo radicale.

Nella prima parte abbiamo parlato del versante “scelta”, riportando statistiche sul fenomeno veg (vegetarismo+veganesimo), specificando il fatto che mentre una sempre maggiore fetta della popolazione decide di rinunciare alla carne e al pesce, una minore quota, in netto calo, sposa la causa vegan, rinunciando ad ogni tipo di proteina di origine animale.

Chiariamo fin da subito che il nostro punto di vista non vuole, nel modo più fermo, sostenere che la scelta vegan sia potenzialmente psicopatologica. Certamente non cadremo nel tranello della generalizzazione né in quello della stigmatizzazione. Quello che ci preme è invece esplorare da una parte i punti di contatto con l’ortoressia, i quali riteniamo siano il fulcro del fraintendimento a cui assistiamo; dall’altro esplorare i termini del conflitto sociale che vede schierate da una parte le istanze del vegetariano, dall’altra quella dell’onnivoro; in modo da mettere in condizione il lettore di avere gli strumenti per discernere tra le diverse situazioni che possono presentarglisi.

Il termine “Ortoressia” viene definito per la prima volta nel 1997 dal dietologo Steve Bratman, che la definisce come una forma di attenzione maniacale alle regole alimentari, alla scelta del cibo e alla sua assunzione. All’interno dell’ultima edizione del Dsm viene definita come una psicopatologia, più precisamente come una forma di anoressia, e classificata come Disturbo Evitante/Restrittivo dell’assunzione di cibo. La principale differenza con l’Anoressia Nervosa sta nel fatto che mentre nell’anoressico l’attenzione viene posta sulla quantità del cibo, nell’ortoressico ciò che conta è la qualità.

Le dimensioni fondamentali sono: ossessione per il cibo “sano”, evitamento ossessivo di cibi non controllati, evitamento delle situazioni sociali che espongono al non controllo del cibo, convinzione fideistica delle proprie scelte. Ed è proprio qui riteniamo esserci la zona fumosa, quella che si sovrappone alle convinzioni veg: la visione fideistica della scelta, che nel vegano assume connotati ancora più fondamentali.

Tanto l’ortoressico quanto il vegano, infatti, credono fermamente e incrollabilmente nell’esattezza delle proprie convinzioni, che difendono e sostengono adducendo ragioni eticamente ineccepibili: per il vegan il rispetto dell’intero pianeta, per l’ortoressico un eccellente stato di salute.

A tale proposito, è stato recentemente esposto un costrutto che ci aiuta a capire quanto questi atteggiamenti fideistici verso le proprie convinzioni coinvolgano la sfera sociale dei soggetti in questione: il moral-self licensing.

Si tratta di un fenomeno noto alla psicologia sociale e del marketing secondo il quale, per dirla in modo conciso, il fatto di aver asservito ad un compito eticamente giusto comporterebbe una sorta di compensazione per la quale il soggetto si sentirebbe in diritto di poter indulgere in comportamenti al contrario eticamente scorretti. Il meccanismo è del tutto inconscio, per cui difficilmente avremmo conferma di questo in un soggetto.

Per fare un esempio, un fumatore che assume regolarmente integratori vitaminici indulgerà nel vizio del fumo credendo, erroneamente, di esserselo in qualche modo “meritato”.

Allo stesso modo il vegano che sposa una causa d’amore incondizionato verso il pianeta potrà assumere atteggiamenti aggressivi e stigmatizzanti verso la persona onnivora che gli siede accanto a tavola, sconfessando, di fatto, la propria attitudine all’amore universale.

Per quanto riguarda l’ortoressico il concetto di moral-self-licensing si può esprimere in tal senso: una maniacale attenzione verso il raggiungimento di uno stato di salute perfetto vede svanire gli sforzi a causa della conseguente malnutrizione; gli sforzi per mangiare cibi non contaminati si traducono in una iponutrizione pericolosissima per l’organismo.

Riteniamo dunque che sia proprio nel moral-self-licensing la linea di sovrapponibilità tra la patologia mentale legata all’alimentazione e la scelta veg.

Il resto della diagnosi si basa su criteri definiti che andrebbero a nostro avviso valutati caso per caso nell’ambito dell’attività clinica.

Passiamo ora alle diatribe tra vegetariani/vegani e onnivori: quali sono gli atteggiamenti che esprimono tale conflitto? Si tratta di una mera percezione tra le parti o di un effettivo schieramento di “eserciti” antagonisti?

A ben guardare le reciproche accuse possono essere così riassunte: i vegetariani/vegani accusano gli onnivori di scarsa consapevolezza, adducendo il fatto che allevare esseri viventi per poi macellarli ai fini dell’alimentazione del pianeta sarebbe tanto moralmente ingiusto quanto inutile: l’essere umano, sostengono, può vivere di più e meglio nutrendosi di cibi di origine vegetale.

Per contro gli onnivori rispondo a questa accusa di inconsapevolezza attraverso la riduzione al ridicolo e la banalizzazione, sostenendo l’atavica propensione alla caccia dell’essere umano e definendo tale scelta figlia di tendenze transitorie, fino a ritenerla conseguente ad una patologia mentale.

Come in ogni scontro ideologico che si rispetti, trovare chi ha ragione è compito a dir poco arduo.

Gli uni citano grandi personaggi della storia che hanno sposato la causa veg, da Platone ad Einstein, gli altri accusano di fanatismo ed egoismo, specie quando la scelta di due adulti consapevoli si riversa sull’alimentazione del bambino, che abbiamo visto in alcuni casi di cronaca risentire pesantemente di una scelta non sua con problemi fisici di malnutrizione.

Ciò che ci preme non è certo entrare in una simile disquisizione ma tentare di entrare nel modo di ragionare dell’una e dell’altra parte, considerando il fatto che non siamo più nel campo di scelte individuali ma di veri e propri gruppi, con tutto ciò che comporta una simile distinzione.

Conosciamo le dinamiche di gruppo. Sappiamo che questo assume una mente pensante propria, con istanze che lo stesso Freud nel suo “psicologia delle masse e analisi dell’Io” descrisse.

Il gruppo di Freud è un gruppo elementare, che tende a togliere le differenze individuali a favore di quelle tra gruppi. L’individuo si sente gratificato dal sentimento di appartenenza che è tanto più solido quanto maggiore è lo scontro con l’altro gruppo, il gruppo nemico.

Potremmo dunque ragionevolmente pensare che il gruppo veg e il gruppo onnivori siano alle prese con istanze irrazionali che portano ad una lettura distorta ed istintiva della realtà: siamo fuori dal campo della ragionevolezza.

Ma il meccanismo del moral-self-licensing che abbiamo descritto sopra ci può spiegare l’atteggiamento del gruppo veg: essendo dalla parte dell’eticamente e indiscutibilmente giusto sono leciti gli scontri e la promulgazione, anche aggressiva, del proprio credo.

Per gli onnivori la questione è diversa e parrebbe avere più a che fare con il senso di colpa: la differenza tra una cotoletta di agnello e il dolcissimo animale simbolo di innocenza è pura fantasia e lo si capisce benissimo, presumibilmente. Ma hanno dalla loro secoli di consuetudini alimentari e abitudini culinarie, profondamente radicate nell’inconscio e che difficilmente si arrenderanno di fronte a quello che si presenta come il “nuovo che avanza”. Pur di non cedere al senso di colpa dunque, ecco che subentra la ridicolizzazione, lo sfottò, la banalizzazione, la difesa di quello che per loro è, rappresenta e forse sempre sarà l’essere umano: il predatore che ha vinto sulla catena alimentare a costo di enormi sforzi di civilizzazione.

Come ogni scontro tra gruppi soltanto la tolleranza, insegnata, promossa, sostenuta dagli esempi e quanto più possibile promulgata potrà a nostro avviso smorzare le polemiche e aiutare queste due modi di intendere l’alimentazione a comunicare e vivere vicine, lasciando alla psicopatologia il proprio, complesso, ambito di competenza.

Dott.ssa Roberta Del Frate.

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